domenica 18 aprile 2010

LAMENTO SARDO



Ma di che ci lamentiamo noi sardi? La nostra vocazione all’ospitalità iniziò un paio di millenni orsono, con quelli che furono chiamati invasori e che ora sono semplicemente turisti, mentre la proverbiale disunione ci porta a misconoscere persino la nostra gloriosa storia. Quanti tra noi, protosardi in erba, adottati alla cultura tardo-barocca del presidenzialismo imperfetto, sanno chi fosse Amsicora o cosa fosse la Carta De Logu? E perché nessuno c’insegna, nelle scuole del regno, le gesta di Angioy o i fatti di Pratobello? Non dobbiamo lamentarci della dipendenza energetica, poiché abbiamo vinto il concorso nazionale per avere le centrali nucleari di prossima costruzione, che saranno più tecnologiche rispetto a quelle antiestetiche pale bianche che producono energia dal vento. Perché qualcuno si lamenta della crisi economica (che da noi è un fatto endemico, regalando all’isola il primato europeo di disoccupati e di pil procapite) o perché qualcuno ancora chiede il riconoscimento della zona franca e persino dell’indipendenza?

Non si trovano bene questi signori con le ciminiere quasi inattive di Portotorres e di Ottana, o ancora con le esercitazioni militari della Nato a Teulada e a Capo Frasca? E dire che il generoso tutore italico ci aveva amorevolmente preservato dell’invasione dei no global di La Maddalena, aveva tutelato il paesaggio impedendo la costruzione della Sassari-Olbia, ed inoltre ci aveva donato in anteprima assoluta il futuristico digitale terrestre. Ma di che ci lamentiamo, in fondo, noi sardi?

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